Tesi di Dottorato

 

 

III anno

 

Dottorando: dott.ssa Sabina Spannocchi

Titolo della tesi: Sulla bottega di Simone Martini: il caso dei Memmi

Tutores: prof. Luciano Bellosi, prof. Roberto Bartalini

Riassunto della tesi: Per quanto un pittore tra i più ammirati del Trecento italiano, come Simone Martini, abbia mantenuto vivo nel corso dei secoli un grande interesse intorno a sé, anche presso gli studi specialistici, alcuni aspetti della sua arte restano ancora oggi in gran parte da chiarire. Fra questi uno dei più avvincenti, ma anche dei più spinosi da affrontare riguarda il folto stuolo dei collaboratori, la cosiddetta ‘bottega’. Ben poco sappiamo circa le identità di questi ‘chompagni’ di mestiere, il loro contributo, i loro spostamenti in rapporto alle commesse ricevute dal maestro, la loro effettiva attività. Tenendo da parte in un primo momento le congetture critiche, che in particolare dai contributi di Curt Weigelt (Minor Simonesque masters, in “Apollo”, XIV, 1931, pp.1-13) in avanti, si sono moltiplicati nel corso di tutto il Novecento, si è proceduto innanzitutto con un controllo a tappeto delle fonti e dei documenti relativamente ai principali collaboratori finora noti di Simone Martini: Lippo e Tederico Memmi, Donato Martini, il fantomatico Barna. In seconda battuta si è tentato di ricostruire il fitto intreccio di rapporti tra Simone e i suoi ‘chompagni’ di bottega passando all’analisi stilistica delle opere certe -in quanto firmate - del pittore non solo più documentato e meglio individuabile all’interno di quella compagine, ma anche del collaboratore inequivocabilmente più importante, ovvero Lippo Memmi. Figlio di Memmo di Filippuccio, nonché cognato di Simone Martini, Lippo si dimostra già in tempi precoci –con la Maestà del palazzo pubblico di San Gimignano, del 1317- un interprete maturo e ‘condizionato’ dall’arte del Martini. Tuttavia è soprattutto con la meravigliosa e celeberrima tavola dell’Annunciazione (Firenze, Uffizi) per l’altare di sant’Ansano del duomo di Siena, del 1333, che, recando la firma congiunta di Simone e di Lippo, si è di fronte alla testimonianza più alta di una fortunata impresa familiare. La possibilità di seguire con una certa sicurezza gran parte della carriera artistica di Lippo, tenendo presente sia il momento storico in cui il pittore opera che i suoi legami con le proposte di Simone, ha agito ai fini della ricerca come una sorta di filo rosso, non solo offrendo l’opportunità di accrescere la conoscenza sull’attività del Martini stesso, ma anche permettendo di formulare nuove ipotesi sugli altri collaboratori.          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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